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LE BUONE PRATICHE DELL’ANTIVIOLENZA: l’esperienza dell’associazione di promozione sociale Le Kassandre

By 2 Aprile 2019 No Comments

Dottssa Clara Fargnoli ( psicologa) , Dottssa Elisabetta Riccardi( psicologa)  e Dottssa Marianna Hasson  (avvocato)

 

INTRODUZIONE

Le Kassandre è un’associazione culturale di promozione sociale nata nel 2004 a Napoli dall’incontro di  un gruppo di donne, di generazioni ed esperienze diverse ma accomunate dal tentativo di coniugare l’impegno professionale alle tematiche del sociale, soprattutto quelle relative al genere e alle pari opportunità.   L’associazione nasce ed opera per lo più nel difficile quartiere della periferia ad est di Napoli : Ponticelli dove il nostro operato ha avuto non poche difficoltà ad essere riconosciuto. Del resto, come accade talvolta nei  contesti “difficili” la violenza esiste ma esiste quasi sotto una forma  “legittimata” per cui la denuncia e la separazione diventano interventi duri a realizzarsi il più delle volte.

Lo scopo è stato quello di creare uno spazio dove le donne possano incontrarsi, crescere e progettare insieme e dove poter valorizzare se stesse, non solo in termini di competenze, ma anche come portavoci di culture e identità specifiche

 

OBIETTIVI

Le nostre azioni partono da quest’analisi del contesto, partono dall’idea che un lavoro di contrasto e di prevenzione alla violenza deve sì essere diretto attraverso interventi come quello dello sportello, come le attività di consulenza nelle scuole ma anche indiretto attraverso attività di promozione culturale e di sensibilizzazione che da anni portiamo avanti quali  cineforum, seminari, incontri, concerti, etc. Le azioni specifiche per i contesti periferici dovrebbero: sensibilizzare attraverso la trasmissione di informazione intorno a quelli che sono definiti comportamenti violenti considerati “normali” soprattutto in contesti disagiati; promuovere la consapevolezza e tutela dei diritti e soprattutto creare  opportunità lavorative per tutelare le donne nel processo di individuazione e di emancipazione.

L’obiettivo di entrambe le  azioni di contrasto resta lo stesso: promuovere un percorso di consapevolezza e presa di coscienza nelle donne.

 

METODI e STRUMENTI

Lo Sportello Donna nasce nel 2006. Ha di certo, nel corso degli anni, subito varie trasformazioni logistiche ed organizzative al fine di trovare una stabilizzazione che sia di spazio, che sia di metodo, che sia di ruoli e funzioni.  Dunque… una ricerca costante la nostra, non solo di nuovi spazi di azione sociale e politica, ma anche di una definizione di pratiche, metodologie e strategie di intervento, capaci di fornire risposte ai bisogni e alle emergenze delle tante donne che si rivolgono a noi.  Da due anni siamo ospiti della municipalità di Ponticelli, da quasi un anno a causa di problemi della struttura dichiarata non agibile siamo ubicati presso la sede dell’associazione.

Lo sportello da due anni fa parte della rete degli sportelli antiviolenza del 1522, e ad oggi è divenuto un luogo di incontro, accoglienza, servizi offerti alle donne del quartiere e non. Soprattutto negli ultimi mesi c’è stato un incremento esponenziale delle richieste di aiuto , motivo per cui ancora più di prima è stato fondamentale delineare una metodologia di intervento chiara e condivisa e delle linee guida che possano sostenere e supportarne l’organizzazione e la qualità del servizio.

Il lavoro dello sportello resta volontario ( non è mai riuscito finora avere un alcun finanziamento per queste attività) e frutto dell’operato di un gruppo di lavoro composto da : 2 psicologhe operatrici di accoglienza, 2 psicologhe/psicoterapeute e uno psicologo clinico per percorsi di consulenza psicologica; un counselor pedagogista clinico per il sostegno alla genitorialità e la conduzione di gruppi: 2 avvocate per le consulenze legali; una supervisora.

A latere c’è un lavoro di coordinamento, ricerca, progettazione, fund raising,  e di costruzione della rete con gli agenti coinvolti nel lavoro di contrasto alla violenza quali: polizia, servizi sociali, ospedali, pronto soccorsi, scuole, associazioni, cooperative ecc.

Ma andiamo sugli aspetti che oggi ci preme sottolineare perché frutto di anni di lavoro, formazione e riflessione e cioè quelli che riguardano la nostra metodologia di intervento.

 

  1. Il primo step e servizio offerto alle donne è il servizio di Accoglienza.

Il colloquio di accoglienza è un colloquio psicologico a tutti gli effetti, per cui necessita di un setting definito ( gli appuntamenti sono fissati ad orari e giorni stabiliti  telefonicamente) e di un operatore con formazione psicologica capace, dunque, di accogliere ed analizzare la domanda ( cogliere i bisogni primari della donna, leggere e rimandare il senso della rottura avvenuta nel legame violento di cui la donna parla).

Lo spazio dell’accoglienza definito generalmente in due colloqui è anche un momento in cui bisogna dare alla donna la possibilità di riconoscere i rischi della violenza da un lato ma anche far emergere ed evidenziare le risorse presenti ( personali, familiari, strutturali ecc) dall’altro. Diventa, in effetti, un momento in cui la donna viene ascoltata, supportata ma soprattutto valorizzata ed accompagnata. L’accompagnamento da parte dell’operatore di accoglienza avviene su diversi livelli, nel senso che è costui ad attivare la rete degli agenti coinvolti nella storia di violenza quali assistenti sociali, polizia, consulenti ecc.  e ad avere un ruolo di tutoraggio anche nel tempo degli interventi fatti.

  1. I colloqui di accoglienza vengono rigorosamente supervisionati da uno psicologo psicoterapeuta dell’associazione. Questo primo momento di supervisione ha come obiettivo quello di aiutare l’operatore nell’analisi della domanda e degli aspetti singolari e specifici della storia del soggetto, utili come eventuali indicazioni da dare ai consulenti ( legale e psicologico) . Diventa un primo momento in cui tutto si ferma e si da spazio alla riflessione intorno a ciò che la donna porta a colloquio prima di immaginare ed ipotizzare che fare, cosa è accaduto, in che modo quell’evento traumatico, violento, si inserisce e frattura la storia della propria vita. . Un momento di riflessione necessario anche a strutturare l’invio e a restituire le informazioni alla donna nel secondo colloquio.

Le riflessioni intorno ai racconti della donna, rispetto all’invio e alle ipotesi di intervento, rispetto alla domanda e alle richieste della donna partono dal presupposto che non esiste un percorso standard ed univoco ma che ogni donna è una storia a sé e , dunque, ad ogni donna è  necessario riconoscere e restituire la possibilità di scegliere il percorso più consono alla sua storia personale e di relazioni in base alle sue esigenze e bisogni. La prima e vera sfida è proprio quella di individuare e costruire un “microcosmo” di intervento di rete che maggiormente sia adatto al reale di quella specifica donna perché ogni luogo e ogni donna presenta caratteristiche strutturali, culturali, familiari diverse.

  1. Leggere le relazioni, rileggere la storia personale è un lavoro che la donna può intraprendere attraverso un primo percorso psicologico strutturato in 4 colloqui di approfondimento clinico e di strategie di supporto proposti alla donna gratuitamente previa sottoscrizione all’associazione. L’intervento psicologico deve essere rigorosamente privo di alcun pregiudizio pertanto ne va difesa l’autonomia, concependolo come un percorso parallelo e non strettamente collegato ad un eventuale iter legale. E’ uno spazio neutro, in cui la donna possa sentirsi protetta nel concedersi libertà di espressione e racconto senza timore alcuno di dover “decidere”. Questo si configura come un tempo di sospensione dell’agito per favorire un lavoro di pensiero e di simbolizzazione, rispetto al trauma, alla rottura del legame, ai segni e alle conseguenze lasciate sulla propria pelle. I colloqui hanno come finalità quella di aiutare la persona ad aiutarsi, per raggiungere un’autonomia, un maggior livello di autostima, fiducia in se stessa,  libera espressione delle proprie potenzialità. L’intervento psicologico ha l’obiettivo, di rispondere ai bisogni lavorando insieme alla donna per accrescere le risorse interne ed esterne, personali e sociali per costruire una migliore stima e autonomia di sé.

Il counselling si struttura in 4 colloqui che seguono in definitiva quattro fasi:

1) Riconoscimento e definizione del  conflitto e del disagio

2) Ridefinizione e rielaborazione   delle dinamiche in gioco

3)  strategie di intervento e di sostegno.

4) Restituzione dell’esperienza e valutazione di un  eventuale percorso di psicoterapia e delle risorse disponibili.

  1. Qualora emergesse la necessità di un supporto psicologico prolungato o un intervento psicoterapeutico può essere effettuato dalle psicoterapeute dell’associazione Le Kassandre o attraverso l’invio ad altre strutture. Qualora ci fosse la necessità si prevede di strutturare un invio per i figli vittime di violenza assistita ai servizi del territorio per supporto e consulenze. Siamo inoltre in procinto di avviare gruppi di auto aiuto con le donne che di certo hanno valenza di contenimento e supporto rispetto al sentirsi “ sole e non capite” ma anche di rielaborazione e rilettura della propria storia attraverso la funzione di rispecchiamento che il gruppo ha in sé.
  2. Ogni tre settimane l’equipe dello sportello si incontra per un ulteriore momento di supervisione condotto dalla dottoressa Giovanna Marino. Tale confronto è necessario per una riflessione comune sulla metodologia e sulla lettura delle dinamiche in atto presenti nei singoli casi. Una riflessione tesa ad evidenziare, al di là della specificità dei contenuti contingenti, cosa accade nella realtà, nelle relazioni e dentro di sé, quando la violenza irrompe in maniera brutale. Lo scambio delle esperienze tra gli operatori, sostenuti da una professionista esterna al gruppo, rappresenta anche un momento fondamentale di supporto reciproco, finalizzato alla riflessione sui vissuti personali sollecitati da storie talvolta particolarmente dolorose.

L’assunto su cui si fonda tutto il nostro operato dall’incontro ( che passa attraverso il colloquio di accoglienza) alla separazione ( con il termine di un percorso legale e/o psicologico) si basa sulla considerazione della donna come “competente”  e capace di poter rileggere la propria storia, potenziare le proprie risorse, essere in grado di decidere della propria vita.

In conclusione, il presupposto del nostro lavoro per noi irrinunciabile, e che sostanzia i nostri interventi e le metodologie messe in campo, è favorire il riconoscimento degli aspetti traumatici della violenza, con le specifiche valenza distruttive. Attraverso un percorso di confronto, sostegno e elaborazione, incentivare una consapevolezza personale in grado di riconoscere la propria storia singolare di donna e da qui immaginare e attuare una possibilità di emancipazione personale.

Assunti e presupposti dell’intervento psicologico ma in linea con l’operato dell’equipe legale presente e partecipe a pieno della supervisione, per cui lascio la parola all’avvocata Marianna Hasson che descriverà la cornice di intervento e le metodologie del loro lavoro con le donne che si rivolgono allo sportello.

 

 

L’esperienza ed una lunga e complessa riflessione ci hanno portato a strutturare l’intervento legale in modo che esso, seppur in totale indipendenza dal percorso psicologico, ne segua l’approccio, abbia gli stessi presupposti, ne condivida gli obiettivi.

Le esigenze che l’intervento legale deve necessariamente soddisfare sono essenzialmente tre: dare risposta ad una situazione di pericolo e dunque fronteggiare l’emergenza,  accompagnare la donna nel suo percorso di emancipazione, attraverso il riconoscimento e la concreta attuazione dei diritti che le norme del nostro ordinamento le riconoscono, almeno in linea di principio, collaborare con l’Autorità Giudiziaria al fine di ottenere la punizione dell’autore della violenza ed eventualmente ottenere il risarcimento dei danni subiti.

Le prime due esigenze trovano la risposta più adeguata in sede civile mentre l’ultima può trovare risposta in sede penale.

È da premettere che ferma restando l’importanza di ciascuna delle tre strade sopra indicate, l’esperienza, accompagnata dalla nostra riflessione interna, ci ha confermato quanto soprattutto le prime due siano da privilegiare, per molteplici motivi.

Con riferimento all’esigenza di affrontare l’emergenza e proteggere la donna in situazione di pericolo le norme civili e processualcivilistiche in materia di abusi familiari, introdotte con la legge 154/2001 offrono degli strumenti efficaci in tal senso, a mio avviso più efficaci di quanto non lo siano gli strumenti predisposti dal legislatore nell’ambito del diritto penale e processuale penale.

La legge sopra citata ha introdotto le misure cautelari dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima: esse hanno contenuto analogo sia in sede penale che in sede civile (rispettivamente artt. 282 bis e 282 ter codice di procedura penale ed artt. 342 bis e ss del codice civile): tuttavia diversi sono i presupposti ed i requisiti delle misure cautelari nell’uno e nell’altro ambito.

In sede penale l’applicazione di una misura cautelare richiede la verifica e la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza da un lato e delle esigenze cautelari dall’altro (pericolo per le indagini, pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato): il che implica la sussistenza di elementi probatori a carico dell’autore della violenza ed una valutazione molto rigorosa degli stessi.

In sede civile per l’applicazione della misura cautelare, che si ripete ha contenuto analogo a quella prevista in ambito penale) il presupposto non è la prova dell’avvenuta violenza, prova che sarebbe nella maggior parte dei casi impossibile da fornire perché le violenze avvengono quasi sempre all’interno delle mura domestiche in assenza di testimoni e molto spesso la vittima non ricorre a cure ospedaliere, ma bensì la prova del pregiudizio all’integrità fisica o morale della vittima: quest’ultimo può essere provato attraverso le più diverse modalità, anche perché il procedimento per l’applicazione della misura è un procedimento sommario in cui il giudice è dotato di ampi poteri istruttori e non richiede alcuna formalità.

Dal deposito del ricorso all’emissione del provvedimento cautelare possono trascorrere, nei casi più gravi, anche solo pochi giorni ed il provvedimento può essere adottato anche inaudita altera parte ovvero prima ancora che il destinatario dello stesso sia portato a conoscenza del procedimento e messo in condizione di difendersi in giudizio; a seguito della regolare instaurazione del contraddittorio questo provvedimento potrà poi essere revocato, modificato o confermato.

Inoltre il rimedio civilistico offre al giudice la possibilità di disporre l’intervento dei servizi sociali competenti, dei centri di mediazione familiare, delle associazioni che abbiano come fine statutario il sostegno e l’accoglienza di donne e minori vittime di abusi: questa possibilità ha un’importanza notevole dal momento che favorisce l’attivazione di una rete intorno alla donna, che potrà poi sostenerla anche quando l’emergenza sarà superata.

In tutti i casi seguiti dallo sportello l’adozione dell’ordine di protezione ha messo fine alle violenze, talvolta ancor prima che il provvedimento venisse adottato dal giudice.

L’esigenza invece di accompagnare la donna nel suo percorso di emancipazione si realizza soprattutto attraverso la separazione dal coniuge violento: i provvedimenti cautelari di cui sopra sono per loro natura temporanei e non sono idonei a creare un assetto stabile come invece accade per la sentenza di separazione.

In sede di separazione non si realizza solamente il definitivo allontanamento dall’autore delle violenze ma anche la concreta affermazione di quei diritti che la violenza calpesta: attraverso i provvedimenti riguardanti i figli, che restituiscono alla donna il suo ruolo ed i suoi diritti di madre, nonché attraverso i provvedimenti a contenuto patrimoniale attraverso cui si mira a riequilibrare le disparità che in quasi tutti i casi da noi seguiti, sussistono tra uomo e donna, dal momento che quest’ultima è generalmente più debole economicamente.

a terza esigenza, quella più strettamente repressiva si realizza attraverso la denuncia, attraverso l’ausilio e l’impulso fornito alle indagini ed eventualmente attraverso la partecipazione al processo penale della donna, in qualità di parte civile.

Tuttavia c’è da dire che non sempre le nostre utenti hanno manifestato l’esigenza di denunciare con l’intento di perseguire l’autore delle violenza, soprattutto se si tratta del loro compagno o marito: la denuncia viene fatta solitamente in un momento di pericolo e di emergenza ma con il passare del tempo, visti anche i tempi del procedimento penale, molte donne non mostrano  più interesse verso “la punizione” del colpevole.

In sostanza l’esperienza ci ha mostrato che l’esigenza delle donne che si rivolgono a noi non è tanto punitiva ma piuttosto la ricerca di una via d’uscita dalla violenza.

Anche per questo l’irrevocabilità della querela, introdotta dalla recentissima legge, non ci trova particolarmente favorevoli: una legge che voglia tutelare le donne dovrebbe ascoltarne i bisogni e la nostra esperienza ci ha insegnato che la maggior parte delle donne non ha interesse ad ottenere una condanna in sede penale ma piuttosto vuole, come dicevo prima, trovare una via d’uscita.

Fin qui ho dato rilievo soprattutto alla nostra esperienza sul campo ed a quanto emerso dai casi seguiti fino ad oggi; vi sono però alcune ulteriori considerazioni che ci spingono a preferire la tutela in sede civile, sviluppate nel corso delle nostre riunioni e frutto di una riflessione interna alla nostra equipe.

Il processo penale, oltre a relegare la donna nella condizione di vittima, le affida un ruolo del tutto marginale: l’intero processo è incentrato sull’imputato, al fine di garantirne il diritto di difesa. Ciò comporta che la persona offesa venga ascoltata come testimone ma che la sua partecipazione non sia in alcun modo necessaria: la vittima può anche non partecipare al processo (scegliendo di non costituirsi parte civile) perchè è lo Stato ad agire per la punizione di chi ha commesso un reato ed ha dunque violato una sua legge; con o senza il contributo della donna il processo va avanti e la violenza subita interessa solo in termini probatori.

Il processo civile vede invece le parti su un piano di parità e richiede una partecipazione attiva della donna, partecipazione che le consente di acquisire una maggiore consapevolezza dei propri diritti e di lottare affinchè ad essi venga data attuazione: molte delle nostre utenti prima di iniziare la separazione si dicevano disposte a rinunciare a tutto, casa, mantenimento ecc e poi in corso di causa hanno compreso che l’assegnazione della casa familiare o il mantenimento sono loro diritti e non concessioni benevole da strappare al marito ed hanno quindi deciso di conquistarsi ciò che spetta loro.

CONCLUSIONI

Tutto questo ci permette in conclusione di affermare che l’intervento legale lungi dal richiedere un’attività meramente tecnica, necessita di una serie di scelte fatte a monte, con riguardo agli obiettivi da raggiungere ed alle strategie da adottare: così come per l’intervento psicologico anche nei percorsi legali abbiamo scelto di finalizzare le nostre azioni al recupero dell’autonomia da parte della donna, proteggendola dal pericolo e successivamente favorendone l’emancipazione.